mercoledì, novembre 02, 2005

Crash (@imdb)

Crash è un film corale, cioè un film con dentro un sacco di attori che all’inizio sembrano centrare poco uno con l’altro, il classico film alla visione del quale lo spettatore solitamente esclama: “ah, guarda, c’è anche lui! Bravo lui! Ha già fatto quell’altro film… com’era già????”, oppure: “Oh no, c’è pure questo, noooo! Fa schifo!”, pieno di situazioni ed episodi di un’apparente normalissima esistenza metropolitana. Si svolge infatti a Los Angeles, una città “non-città”, nel senso che non ha un centro definito sullo stile europeo, una città dispersiva, come lo sono i suoi milioni di abitanti di tutti i colori e tutte le razze, una grande insalatiera riempita di ogni sorta di popoli e personaggi. L’interazione di questi personaggi, o meglio solo un campione di essi, è la trama del film. Aggiungiamoci un pizzico di ultra-attuale intolleranza e “diffidenza dell’estraneo” – una volta lo si sarebbe forse definito “odio razziale”, ma oggi le varie sfumature rendono il discorso altamente complicato – e abbiamo il quadro che il regista (e sceneggiatore) Paul Haggis dipinge della città degli Angeli (Paul Haggis ha tra l’altro scritto la sceneggiatura di Million Dollar Baby, che non è poco, e quella del prossimo film del Clint).

A rendere il film interessante e senz’altro bello da vedere un folto gruppetto di attori efficaci, poco star e molto professionisti, come ci si augura spesso, ma poche volte si viene accontentati. Avete presente Traffic (S.Soderbergh, 2000)? Ecco, lo stesso tipo di film, non sul tema della droga, bensì sulla difficile comprensione e interazione tra l’afroamericano, il cinese, l’ispanico, il caucasico, l’iraniano e l’anglosassone, tra il ladruncolo, il procuratore politicante, il poliziotto, il regista, il detective e la dottoressa, tra il povero e il ricco, tra il malato e l’assicurazione, tra la serratura e la porta, tra la strada malfamata e il quartiere tranquillo, insomma, volendo semplificare: il male del momento, almeno nella Los Angeles di Haggis. Così ritroviamo tutta una serie di attori bravi e meno bravi, famosi e meno famosi che interpretano l’esistenza di normali cittadini intenti a fare il proprio lavoro, ma con evidente tristezza e incazzatura di fondo.

I vari personaggi di questo circo urbano sono, in ordine sparso:

  • classico detective afroamericano con la testa sulle spalle, che sembra non faccia nulla, ma alla fin fine il suo dovere lo compie in piena regola, tipicamente proveniente dal ghetto – la madre è drogata e il fratellino è teppistello-ladruncolo – ma estraniatosi da esso. Se la fa con la collega, messicana, anche se lei apprezza poco quando rispondendo al telefono lui dice a sua madre di non rompere perché si sta scopando una bianca. Interpretato dal bravissimo Don Cheadle in gran forma, reduce dal successo di Hotel Rwanda e ormai lanciato – e ne sono ben felice – verso una gran carriera cinematografica. Oltre a doversi subire la merda quotidiana della sua città, scoprirà con disgusto come gira dalle parti alte, quando viene convinto a contar palle per semplificare il lavoro al procuratore. In più, anche se si occupa della madre come meglio riesce, questa non se ne accorge e anzi lo incolpa per la brutta fine del fratellino ladro. È l’anima del film, il personaggio chiave, anche se non per forza ce ne sarà uno solo.


  • altrettanto super-classico Matt Dillon, in gran spolvero con quell’aria da moderno Atlante (cioè: “io tengo il peso del mondo sul gobbo, e ne sono fiero, anche se non è per niente facile”) agente stradale veterano e razzista del LAPD, naturalmente non sulla stessa lunghezza d’onda del giovane collega Ryan Phillippe (di cui dirò poi) perché sa già come gira il mondo vero. Si ritrova con il padre sveglio la notte per gravi problemi di prostata e la prospettiva di adeguate cure mediche e sostegno andata in fumo, perché si è messo a fare la parte del padrone della piantagione di cotone della Georgia con la nera sbagliata, cioè l’irremovibile impiegata dell’assicurazione (attrice già vista altre volte). Anche se usa mezzi poco ortodossi e approfitta della divisa che indossa, risulterà essere l’eroico poliziotto salva-vite e guarda caso non una vita qualsiasi.


  • la coppia Sandra Bullock-Brendan Fraser, lui stiloso procuratore pubblico della città, bianco, ricco e preoccupato soprattutto della sua rielezione più che del crimine dilagante, e lei sua moglie che va in paranoia psicotica contro tutti coloro che non possono vantare una linea genealogica diretta con la vecchia Inghilterra, perché due ladruncoli neri hanno appena rubato loro con nonchalance l’auto (jeeppone parecchio costoso, dev’essere il pendant americano del Cayenne) in pieno centro. Addirittura fa una scena di puro delirio col marito, perché il tizio che sta cambiando le serrature della casa (sempre a causa della psicosi del momento) è ispanicheggiante, è rasato, porta pantaloni ampi e ha un tatuaggio, e arriva anche a prendersela con la donna di casa, pure ella d’origine centro o sudamericana. Da antologia i problemi politico-razziali che assillano il Brendan-procuratore: vuole dare una medaglia al valore a un pompiere per ingraziarsi il popolino (vedi dialogo sotto), ma questi è di origine irakena e si chiama proprio Saddam, e nel contempo si ritrova con un poliziotto nero ucciso da un collega bianco, che a torto o a ragione sarà sacrificato sull’altare della propiziazione dell’elettorato afroamericano.

    Rick (il Brendan): Why do these guys have to be black? No matter how we spin this thing, I'm either gonna lose the black vote or I'm gonna lose the law and order vote!
    Karen (sua assistente afroam.): You know, I think you're worrying too much. You have a lot of support in the black community.
    Rick: All right. if we can't duck this thing, we're gonna have to neutralize it. What we need is a picture of me pinning a medal on a black man. The firefighter - the one that saved the camp or something - Northridge... what's his name?
    Bruce (altro assistente): He's Iraqi.
    Rick: He's Iraqi? Well, he looks black.
    Bruce: He's dark-skinned, sir, but he's Iraqi. His name's Saddam Khahum.
    Rick: Saddam? His-His name's Saddam? That's real good, Bruce. I'm gonna pin a medal on an Iraqi named Saddam.

  • la famiglia iraniana, padre, madre e figlia, che pur essendo a tutti gli effetti americana non riesce a sentirsi integrata al cento per cento, soprattutto il padre. La figlia, invece è sveglia, dottoressa affermata, molto poco mediorientale e molto made in USA nei modi. Il padre, commerciante con piccolo negozietto tipico stile “mercato di Damasco”, vuole assolutamente comprarsi una pistola per sentirsi più al sicuro, ma nel più classico dei casi, il rivenditore americano lo prende per terrorista islamico che gli farebbe saltare le torri gemelle un’altra volta. Alla fine ci pensa la figlia a risolvere, e il colore dei verdi dollaroni piace molto di più al rivenditore che la retorica antiterroristico-razziale. Comprerà delle cartucce a caso, okkio al dettaglio importante! L’iraniano, pur essendo fiero di avere almeno la figlia in gamba, non è per niente tranquillo con se stesso e col mondo, e quando arriva lo stesso riparatore di serrature che ha fatto andare fuori di nervi la Bullock, lo insulta pesantemente perché non gli rimette a posto la porta, che però non chiude bene di suo, senza problemi alla serratura. Il poro ispanico se ne va senza ricevere il becco di un quattrino, carico di insulti razziali del nostro amico persiano, che vede il diavolo in ogni angolo, e la porta se ne resta rotta! Porta rotta, furto assicurato, assicurazione non paga! Il persiano ci resta di merda e in un raptus di follia vorrà vendicarsi con chi ritiene responsabile.

  • arriviamo al già citato fabbro ispanico del servizio serrature 24h/24. Il soci, che sta subito simpa a tutti, si spacca di lavoro che evidentemente non lo soddisfa tanto, ma lo fa per la sua piccola figlia – cui in uno slancio di ottimo savoir-faire genitoresco donerà l’invisibile mantello della protezione contro ogni cosa per farla uscire da sotto il letto – di modo che possa vivere in un bel quartiere più tranquillo fuori dal ghetto. Si beccherà insulti da tutti e rischierà forte di fare una pessima fine insieme alla famiglia.


  • coppia di afroamericani affermata: lui regista televisivo di successo, sta tornando (anche lui con il mega jeppone di cui sopra) da una serata di gala alla quale ha ricevuto un premio. La moglie, Thandie Newton (la bella di Mission Impossible II), contenta del suo ometto, gli sta facendo il servizio in auto. Sfortuna vuole che i due poliziotti Dillon-Phillippe che stanno cercando l’auto rubata del procuratore, si accorgono delle attenzioni particolari della nostra, e decidono, o meglio, il Dillon decide, di romper loro le uova nel paniere. Solita scenetta da sceriffi americani che fanno scendere i due con le mani bene in vista, e il Dillon si mette a perquisire in modo tutt’altro che disinteressato la tizia in vestito da sera, mentre umilia pure il marito facendogli fare la figura dell’impotente davanti alle angherie del più forte. La cosa chiaramente non va giù alla moglie, che una volta a casa tira il pacco al marito che non ha saputo difenderla. Il tizio è dispiaciuto, ma sa che ha agito nel modo più ragionevole. Però, il giorno dopo, quando si becca in faccia una specie di ultimatum dal protagonista bianco del telefilm che sta girando, si rende conto di quanto è troppo compiacente con i bianchi e di quanto si fa mettere i piedi in faccia da un sistema, del quale ormai si sentiva praticamente far parte. Decide di reagire, in maniera discutibile, e riuscirà infine, non senza rischio e con l’aiuto del polotto Ryan Phillippe a risolvere la situazione e a placare la sua coscienza.


  • i due ladruncoli d’auto afroamericani usciti direttamente dal ghetto. Bellissimi personaggi questi due, rappresentano la parte spiritosa del film. In classico stile rappeggiante west-coast-addicted uno di loro spara sentenze su ogni cosa che vede, ogni situazione, ogni persona che incrociano. Ogni più piccola cosa è un atto di razzismo dei bianchi nei confronti dei neri, un esempio su tutti: secondo lui i bus hanno i vetri grandi e grossi così si può vedere i pori brotzi che sono costretti a prenderli e che per la maggior parte non sono bianchi. Il suo amico è più tranquillo e si limita a cercare di confutare ogni argomento dell’altro, con poco successo, perché quello, per farla breve, ne ha sempre una pronta. Insomma sti due, tra uno sclero e l’altro si mettono a rubare auto, ma non quando sono vuote, parcheggiate in culo al mondo o roba del genere. No, in pieno centro, quando la gente sta per salirci e con la pistola puntata. Prima fregano il barcone del procuratore, provocando una crisi epocale a sua moglie, poi, scappando, investono un cinese che stava chiudendo il suo furgone. Visto che questi rimane incastrato sotto l’auto in puro stile pulp, lo devono salvare e lo abbandonano davanti a un ospedale. Il giorno dopo, se la prendono con il regista televisivo di cui sopra, ma costui stavolta, nel suo tentativo di vendicarsi del mondo, non ci sta a farsi mettere i piedi in faccia ancora una volta e reagisce pesantemente, ferendone uno e portandosi dietro in una pazza corsa in auto il secondo. Va a finire che interviene la pola, che il regista resiste, fa prova di forza con gli sbirri e se la cava grazie all’intervento di Ryan Phillippe che lo riconosce e vuole riparare al torto che gli ha fatto il collega la sera prima. Il ladro decide di rimanere schiscio e si farà mollare da qualche parte dal regista che ovviamente non gli risparmia la morale, roba del tipo: “è colpa dei neri come voi se anche noi neri in ordine siamo considerati merde”. Caso vuole che si ritrova davanti al furgone del cinese che ha tirato sotto la sera prima, e naturalmente glielo gratta. Lo porta al ricettatore e con grande sorpresa di tutti ci si accorge che è pieno stipato di clandestini orientali, poi meglio definiti dal ricettatore, che fa prova di ottima conoscenza nel campo, in tailandesi. Il ladro nero stavolta rinsavisce e al posto che farsi un mega gruzzolo vendendo i thai, li porta a little china e li molla in strada, liberi.


  • cinese trafficante in clandestini e sua donna/moglie molto apprensiva. Del cinese abbiamo già detto, il suo ruolo si limita a essere mezzo spiaccicato sotto un’auto e cavarsela per un soffio. Della moglie o tipa che sia facciamo conoscenza subito all’inizio del film, ma ci si fa poco caso. In questo frangente se la sta prendendo con la partner messicana del detective nero di cui al primo punto. Per via di un incidente tra di lei e i due sbirri, e per via che c’ha una fretta matta, sta china se la prende pesantemente sia con la stradale, sia con la messicana, insultandola senza sosta. Forse si sente più americana di lei perché i suoi nonni sono arrivati in California in un container di una nave mercantile e non hanno attraversato a piedi il confine tagliando la ramina. Alla fine si capisce perché aveva fretta, doveva raggiungere il suo uomo all’ospedale, tutta agitata si mette a insultare anche le infermiere, anche qui con argomenti linguistico-razziali. Fine della storia: il cinese che è bello pesto, ma vivo e vegeto, e soprattutto c’è ancora con la testa, dice alla tipa di sbrigarsi ad incassare il contratto per la vendita dei clandesta, giustamente prima che qualcuno si accorga che in realtà non sono più in mano sua.


  • infine, un ultimo personaggio tra i più principali, l’agente stradale del LAPD Ryan Phillippe (nella vita reale marito di Reese Witherspoon). Come detto questi è dapprima di pattuglia con il veterano Dillon, ma poi, da buon pivello, non gli aggradano i suoi metodi spicci e chiede di avere un altro partner. Il capo, un afroamericano, in sostanza gli fa capire che la motivazione che il Dillon è troppo razzista non funzia, e non sarà certo lui a cambiare le cose per una tale motivazione, visto che gli spuzza il cadreghino che come nero si è guadagnato sudando parecchio. La soluzione che propone al poro agente è di farsi passare per uno che ha la scorreggite patologica cronica e che si vergogna a stare con altri di pattuglia. Al Ryan sta soluzione non va giù manco per le palle, ma si rende conto che è l’unica per difendere il suo idealismo, così ingoia il boccone amaro, si becca la tirata di capelli del Dillon che gli fa capire che non c’è posto per l’idealismo dopo anni e anni di servizio, e se ne va in giro da solo. All’inizio gli va bene, riesce pure a rifarsi della sera prima salvando il regista come minimo da un arresto. Peccato che più tardi, tornando a casa, carica il secondo ladruncolo d’auto che era rimasto a piedi e faceva stop. Tutto ad un tratto capirà cosa intendeva dire il buon vecchio Matt Dillon.

I vari episodi e situazioni, come in parte già raccontato sopra, si intrecciano. I tanti personaggi diversi interagiscono. Ad alcuni va bene, e la vita continua, ad altri va peggio, ma la vita continua lo stesso. Non è una storia che inizia e finisce, è un film che racconta dei momenti, le persone si scontrano, fanno “crash” quando vengono a contatto, come dice il detective interpretato dal superlativo Don Cheadle, la morale, se vogliamo, del film: “It's the sense of touch. In any real city, you walk, you know? You brush past people, people bump into you. In L.A., nobody touches you. We're always behind this metal and glass. I think we miss that touch so much, that we crash into each other, just so we can feel something.

Succedono altre cose oltre a quelle già descritte, ma non è il caso di elencarle tutte per non togliere la sorpresa e il piacere a chi non l’ha ancora visto. Ogni dettaglio è curato, quasi niente è fatto o detto a caso, nemmeno la storiella del mantello invisibile proteggi-da-tutto della figlia del fabbro ispanico. Stilisticamente non c’è niente da dire, ottima sceneggiatura, ottimi attori, ottimo regista, resta da vedere se sottoscrivere il messaggio che vuole far passare. È il quadro di una società malata, intollerante, che non sa più come comportarsi con chi sta intorno, chi vive la vita nella stessa, grande, odierna città: una Los Angeles sulla buona strada per diventare nel prossimo futuro la megalopoli multietnica immaginata da Philip K. Dick e Ridley Scott in Blade Runner.

Andate a vederlo, vale sicuramente la pena!

Imperator rating skala: ****

4 commenti:

imperator ha detto...

Bona lì Balmy, recensionone. Il film non l'ho ancora visto ma mi tenta, vedrò di recuperarlo.

Tra l'altro vedo dalla foto che uno dei due ladruncoli di auto altri non è che Ludacris (il rapper di area code, nota ad uso e consumo del don che potrebbe sapere chi è) già visto in 2 fast and 2 furious.

Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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